Mersault Les Durots 2011, Morey

Una delle zone mitologiche per l’appassionato di vino è la Borgogna, epica sia per la narrazione del famigerato terroir, sia per la fama di bottiglie inarrivabili per rarità e per valori di listino astronomici; per fortuna si trova anche qualcosa di relativamente più abbordabile, anche se è certamente difficile orientarsi in un panorama ricco di produttori e denominazioni.

Questo è uno di quei casi: ho scelto un prodotto della famiglia Morey, che lavora le vigne in questi lembi di Francia da oltre 200 anni e attualmente possiede circa 10 ettari distribuiti in vari comuni (Monthelie, Pommard, Puligny-Montrachet e Meursault), da cui ricava una vasta gamma di etichette. La coltivazione è stata convertita negli anni 90 prima in biologico e poi in biodinamico.

moreyIl vino in questione è un pinot nero in purezza che svolge la malolattica, viene affinato in pieces di rovere e non subisce filtrazione o chiarifiche; la denominazione è quella comunale di Mersault, uno dei cosiddetti “Village”, cioè il secondo gradino nella scala delle Appellation borgognone, che, lo ricordiamo, prevede una piramide con al vertice la appellation grand cru, per scendere via via verso il premier cru, poi la appellation communale e infine quella régionale.


Denominazione
: AOC Mersault
Vino: Les Durots
Azienda: Domaine Pierre Morey
Anno: 2011
Prezzo: 45 euro

Il lieu-dit “Les Durots” (esteso per meno di mezzo ettaro) significa “terra difficile, dura” e regala vini che il produttore identifica come colorati, tannici, potenti e di lungo invecchiamento. Vediamo se è vero.

Il vino è effettivamente di colore molto intenso, un bel rubino denso e serrato, e il buquet è paradigmatico, la quintessenza francese del pinot nero, con i piccoli frutti rossi di bosco maturi e tanta speziatura dolce, accompagnata da qualche inizio di terziario. Indubbiamente intenso, vellutato e ingannevole, perché l’assaggio, dal calore alcolico piuttosto ben mascherato, è invece molto deciso, con un tannino levigato ma serrato, una acidità rilevante e un corpo ben presente.

Il vino sicuramente non è stato stappato al suo meglio, ritengo che qualche anno in più non possa che giovare, ricomponendo e armonizzando le asperità: ad ogni modo si beve con una certa piacevolezza già da subito, magari in accompagnamento ad un petto d’anatra o a selvaggina.

Il bello: ci si perde col naso nel bicchiere
Il meno bello: vino ancora in divenire. Prezzo importante

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Genova Beer Festival: la prima edizione

Lo stupore che coglie anche chi, come me, vive tutto sommato nelle vicinanze è indicativo: prima di raggiungere villa Bombrini si taglia il centro di Genova con la Sopraelevata, e col buio è un po’ come trovarsi sul set di Blade Runner, visto che si vola a metà strada tra le luci del porto e quelle della città, per scendere poi a Sampierdarena e allungare verso Cornigliano, in un territorio che si è trasformato da immagine da cartolina in esempio di massimo degrado, con i palazzoni maltenuti, il muraglione del porto e il filo spinato, la sporcizia incipiente, auto e motorini abbandonati, la famiglia di rom che occupa abusivamente quello che un tempo forse era una autofficina e tutte le altre declinazioni del caso che possano venirvi in mente.
Ecco, a un passo da tutto questo scempio, imboccando una viuzzola, ti ritrovi in un ampio parcheggio che affianca un bellissimo villone settecentesco con relativo parco annesso: è villa Bombrini, la sede del primo Genova Beer Festival, e il primo pensiero non corre alle alte o basse fermentazioni, ma semmai a quanti eccellenti scorci come questo ci possano essere, dimenticati, in altre parti della città.

Che dire del Festival? Non me lo sono goduto, a causa di problemi in famiglia ho potuto presenziare solo un paio d’ore domenica sera prima della chiusura, ma la mia idea me la sono fatta.
Ok l’ingresso a sei euro, molto bene il bicchiere in vetro (anche se non proprio ideale la forma, ma son dettagli. A me non è stata consegnata la tasca portabicchiere, forse erano finite o magari è stato un disguido) ma per favore fate in modo che si possa riconsegnare il vetro all’uscita e avere indietro una cauzione, anche simbolica.

Molto bene il pieghevole all’ingresso, con il programma completo della manifestazione, un glossario minimo e l’elenco delle birre. Forse avrei diviso le birre non per stile ma per birrificio, ma ce ne fossero di depliant fatti così.

Benissimo gli spazi in relazione al numero degli espositori: i banchi sono ben distanziati e c’è molta “aria” che permette di non fare a spintoni con gli altri visitatori, e anche il giardino immagino sia stato una bella valvola di sfogo durante il giorno. Ho qualche riserva sulla disposizione dei banchi di assaggio su più piani: a quanto ho visto non ci sono sistemi di accessibilità per i disabili.

Gettone di degustazione a 1 euro per 10 cc di birra (in realtà ne veniva servita quasi sempre di più), e qui forse si poteva fare di meglio, prevedendo un carnet per chi vuole fare molti assaggi; in questi casi i 10cc (abbondanti) sono sempre troppi e il costo diventa importante: la mia formula ideale è il carnet da 10 assaggi da 5cc a 5 euro o qualcosa di simile.

L’appunto più negativo è quello relativo al cibo, in un momento di scarsa affluenza e praticamente senza code, occorreva attendere oltre 30 minuti per una semplice bruschetta: le due “postazioni food” cui mi sono approcciato (Ai Troeggi e Kowalski) mi sono sembrate palesemente inadeguate sia come gestione dei tempi che come qualità. Da rivedere anche il numero dei tavoli e delle panche a disposizione, troppo scarsi, perlomeno quelli all’interno della villa.

Sulle vere protagoniste, le birre, non ho troppo da dire, avendo fatto solo una quindicina di assaggi molto frettolosi, quindi mi limito a poche segnalazioni.
Pollice in alto per Canediguerra, birrificio giovane ma con tutta l’esperienza di Allo alle spalle e si sente da tutta l’ottima gamma, corretta, senza esagerazioni e strampalatezze.
Passaggio di rito da Maltus Faber che sfodera una per me irresistibile Blonde Hop (poco alcolica, leggera, di carattere ma mai invadente).
Chiaroscuri per uno dei nomi storici del panorama “artigianale” italiano, il Birrificio Italiano: la Tipopils, uno dei paradigmi del genere, non mi è sembrata al top, mentre era centrata la Nigredo, uno dei pochi esempi di Schwarzbier tricolore. Molto interessante anche la Sparrow Pit, un Barley Wine di bevibilità assassina.
Vellutata e piacevole la Nocturna di Kamun.

Nota stonata, non certo per colpa degli organizzatori: domenica sera chi serviva al banco di almeno un paio di espositori era evidentemente non in condizioni lucidissime… capisco che erano le ultime ore, che un festival di birre non è un ristorante stellato e che l’atmosfera è informale, ma non mi sembra un gran biglietto da visita per il produttore.

Le conclusioni? Un successo sicuramente, senza contare che si trattava di una prima volta.
Un grande “bravo”, quindi, ai ragazzi di Papille Clandestine per l’ottimo lavoro svolto, con la speranza di ritrovare il prossimo anno un GBF ancora più ricco di birrifici, di cibi e di eventi.

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Particella 928, Cantina del Barone

La Cantina del Barone è la piccola azienda (2,5 ettari per sole 16000 bottiglie) della famiglia Sarno, situata a circa 350 metro di altitudine nel centro della Campania, a Cesinali in provincia di Avellino: è quindi ovvio che si parlerà di Fiano, vitigno millenario già noto ed apprezzato in epoca Romana.

bottiglia-fiano-particella-luigi-sarnoQuesta bottiglia in particolare è il Particella 928, dal nome catastale del mezzo ettaro da cui si ricavano le uve migliori, ed è relativa alla annata 2012, millesimo che ha subito alcune vicissitudini, essendo stato bocciato dalla commissione d’assaggio che assegna la DOCG per “evidenti anomalie all’olfatto e al gusto”, e per questo uscito in commercio con denominazione Campania Fiano IGP.
Evito di aprire l’ennesima sterile discussione sulla utilità del sistema di denominazioni (quando ne troverò la voglia mi piacerebbe farne l’oggetto di un post specifico), e mi limito a segnalare che il disciplinare recita il consueto e inutile “odore: gradevole, intenso, fine, caratteristico;
sapore: fresco, armonico” per il quale si può promuovere o bocciare qualsiasi vino…


Denominazione
: Campania Fiano IGP
Vino: Particella 928
Azienda: Cantina del Barone
Anno: 2012
Prezzo: 15 euro

Quindi ci troviamo di fronte ad un vino declassato, non meritevole della DOCG: assaggiamolo.
Il colore è paglierino con tendenze dorate; lo spettro olfattivo è ricco, estendendosi dal leggero erbaceo alla frutta quasi matura, passando per accenni floreali. Nel complesso molto fresco e mai stucchevole.

Il sorso è di straordinaria sapidità, introdotto da una chiara traccia di affumicato e di tabacco dolce; corpo notevole ma non pesante, e il notevole eqilibrio non fa avvertire l’alcol.
Il finale è lungo e amarognolo, per nulla fastidioso, e pulisce ad invita ad un nuovo bicchiere

Il bello: grande esempio di vino naturale. Ottimo potenziale di invecchiamento
Il meno bello: la sensazione affumicata/tabacco può stancare alla lunga

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Dolcetto Superiore 2009, Roddolo

Comperate durante la visita, ho ancora sepolte in cantina alcune bottiglie dell’ormai mitologico (a causa degli scritti di “prezzemolino” Scanzi) Dolcetto di Flavio Roddolo, e con le prime piogge credo sia venuto il momento di metterci mano…


Roddolo_DolcettoSupDenominazione
: Dolcetto Superiore
Vino: Dolcetto
Azienda: Flavio Roddolo
Anno: 2009
Prezzo: 12 euro

Aromi non esuberanti ma che nelle prime ore dopo l’apertura si sciolgono in delicatezze insospettabili: a parte la frutta matura, ecco alcune sfumature di viola e leggere speziature. Il giorno seguente il tutto sarà più smorzato, ed emergerà maggiormente il frutto.

L’ingresso è caldo, deciso, con un tannino dal bel grip robusto. L’acidità è notevole, la lunghezza buona e la chiusura lascia una lieve mandorla, non fastidiosa.

E’ un vino magari semplice (ma non troppo), ed uno dei pochi casi in cui mi va di spendere il termine territoriale. Vino che richiama agnolotti, sughi, coniglio, cibo con una certa untuosità. Gastronomico insomma, e stagionale: sarà la suggestione, ma bevendolo non possono venire in mente le colline langhette durante l’autunno.

Io ne ho fatto accompagnamento brutale e semplice, un giorno con caldarroste e l’altro con pane e salame: molto bene in entrambi i casi, perfino con le castagne.

Il bello: vino quotidiano alla ennesima potenza
Il meno bello: nulla da segnalare

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Quartino diVino, Ovada

Leggi Ovada e subito pensi al Dolcetto, o comunque a vini appartenenti alla tradizione Piemontese magari in declinazione Monferrato, e a piatti altrettanto territoriali… invece una vocina ti spiffera che in centro città c’è un locale diverso, con un titolare simpaticamente un po’ matto e totalmente “champagne addicted”. Vorrai mica non farci tappa?

E’ così, grazie alla segnalazione di Gianluca Morino, che mi sono imbattuto in questa “Vineria Champagneria Quartino diVino” di cui avrei altrimenti ignorato l’esistenza: è un locale carino, elegante ma molto alla mano, in cui mi pare di capire si possa fermarsi per un aperitivo o un piatto veloce, oltre che per cenare come ho fatto io.
Al momento del mio passaggio la carta si articolava in una manciata di proposte di terra, con attenzione a carni e a formaggi locali e a qualche piccola incursione in piatti di mare; ho provato gli uni e gli altri ricavandone la medesima impressione: ottime materie prime elaborate in portate abbondanti ma curate (non è l’osteria del camionista) e cucinate in modo da ricavarne preparazioni forse non troppo raffinate ma di certo vigorosamente gustose.

Nonostante la ragione sociale, la carta dei vini propone non solo bolle: presenti pure un bel numero di etichette dei rossi locali e qualche bolla nostrana. Ovviamente importante la scelta degli Champagne, e all’interno di questa tipologia il proprietario sembra avere una decisa liason con Drappier: di questa maison non avevo mai assaggiato nulla e ho gradito un Brut Nature 100% pinot nero di ottimo rapporto qualità prezzo.

In sintesi: personale cortese e veloce, titolare simpatico e competente, ambiente informale, prezzi dei piatti non bassissimi ma corretti in ragione di quanto assaggiato e favorevoli ricarichi sui vini: un locale che mi sento di consigliare a tutti coloro che passano in zona e vogliono fare una piccola deviazione rispetto alla classica trattoria piemontese.

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Ribolla 2006, Radikon

Me ne sono accorto da poco, ma la tendenza mi è chiara: sto seguendo un percorso opposto a quello di tanti esperti ed enomaniaci… pazienza me ne farò una ragione.
Sto parlando dei vini che subiscono macerazioni robuste, che tanto mi avevano affascinato durante i miei esordi da “bevitore serio” e che adesso spesso mi risultano pesanti, noiosi, monocordi.
Non arrivo a pensarla così per Radikon, che è uno dei maestri di questo stile, un precursore che adotta questa tecnica da tempi non sospetti, ma non posso non ammettere un calo di piacevolezza nella bevuta.

Per un approfondimento sul produttore, rimando alle mie note di viaggio.

ribolla-gialla-radikon-2006Denominazione: IGT Friuli VG
Vino: Ribolla
Azienda: Radikon
Anno: 2006
Prezzo: 20 euro

Il vino è ambra scura con riflessi aranciati, sembra un brandy, ma si mantiene  luminoso e vivo.
L’olfatto è dominato dalla terziarizzazione: smalto, vernice, cui si accompagnano dietro le quinte il frutto maturo e persino qualche ricordo di muschio, di bosco umido. Complesso, ma le note eteree molto potenti strozzano un po’ tutto il resto.

L’assaggio è come te lo aspetti: caldo, deciso, corposo, fieramente tannico, acido ma soprattutto sapido fin quasi al salmastro. Persino esagerato. La lunghezza è notevole e a tratti fa risuonare qualche corda ferrosa. Di fatto è un vino rosso, e alla cieca sfido tanti degustatori non avvezzi al mondo delle macerazioni estreme a riconoscere la bacca bianca.

Il suo bello è anche il suo limite: in questo vino si può riconoscere la mano (felice) del produttore e la tecnica (antica fin che si vuole, ma comunque ben presente). Magari persino individuarne una tradizionalità legata al luogo, ma di certo non il vitigno o il territorio, che sono annientati dalla metodologia di produzione.

Abbinamento difficile, se si vuol sorvolare sui soliti scontati formaggi stagionati: nel mio caso è stato quasi azzeccato con una (robusta) pasta con patate e cozze. Di certo è necessario un cibo importante.

Il bello: bevuta inusuale, interessante. Grande sapidità
Il meno bello: difficile abbinamento al cibo. Indice di bevivilità non alto

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Cheese 2015: e infatti ci siamo rivisti…

“Temo che ci rivedremo nel 2015”: così concludevo il mio piccolo sfogo di due anni fa a proposito di Cheese.
E’ lampante, già lo sapevo che nonostante tutte le mie riserve sulle orde di visitatori poco accorti, sui magheggi di marketing di Slow Food, sulla assurdità delle olive ascolane e della piadina romagnola accanto ai presidi africani, a Bra ci sarei tornato nel 2015.

cheese 2015E infatti eccomi qui, a raccontare le solite cose e a commentare le medesime immagini; certo, la minestra la si può condire con qualche nuovo aneddoto come quello del gruppo di romani: uno di loro fende la calca per inforcare finalmente una briciola di Stilton, la divora, ne agguanta un altro pezzetto e lo porge ad uno dei compari, urlando: “Aoh, senti che bono”. Risposta dal fondo: “No, no, io mica me fido a magnà stà robba”. E qui sarebbe più dignitoso chiudere, ma non posso non ricordare che, stavolta, c’erano anche i furgoni dello street food.
Ci si domanda che ci azzecchino con i formaggi, e pazienza, ma un minimo di controllo su cosa debba essere uno street food ci vorrebbe, ad esempio un cartoccio con alcune (poche) polpettine di carne appena dignitose, venduto a 7 euro di sicuro non lo è.

Chiudo con la mia piccola guida per la sopravvivenza a Cheese 2017:

  • se possibile, vai al venerdì (lo so, idea originale…)
  • se, come per me, il venerdì ti è impossibile, perlomeno arriva al mattino presto. I banchi aprono alle 10, entro le 9.30 si riesce a parcheggiare quasi in città, evitando l’autobus
  • prepara prima una lista di cose che vuoi assaggiare e che ti interessa approfondire e più o meno attieniti a quella, perlomeno per le prime due ore, le uniche nelle quali la folla non è ancora a livelli da prima fila nel prato durante il concerto di Jovanotti. Il cazzeggio indiscriminato ai banchi lascialo per dopo
  • evita di metterti in coda per qualsiasi cibo dopo le 12. Mangia prima o moooolto dopo
  • ricorda che puoi entrare in macelleria, comperare un metro di salsiccia di Bra, poi andare dal panettiere all’angolo e farti un panino gourmet ad un terzo del prezzo richiesto agli stand
  • porta uno zainetto per mettere gli acquisti; riempilo a casa con una bottiglia d’acqua (ho detto bottiglia, non bottiglietta)
  • in ogni caso, alle 15 sbaracca: hai mangiato e bevuto come un orso, hai camminato e sgomitato per ore, inutile proseguire

p.s. menzione doverosa per lo stand di Ales and Co: ho bevuto diverse birre, tutte di ottimo livello, ma in particolare una Mosaic di The Kernel strepitosa per quanto era fresca e fragrante.

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Champagne Brut Le Mont Aigu, Jack Legras

Con questa bottiglia termino una interessante carrellata di champagne di piccoli produttori acquistata da L’Etiquette, e prima di parlare del vino, mi concedo una breve considerazione sull’esperienza: ho comperato sei prodotti di cinque diversi recoltant, tutti  a me sconosciuti, con l’unica accortezza di “pescare” bottiglie referenziate come Gran Cru (una scelta piuttosto banale e, se vogliamo, provinciale, ma in mancanza di altre indicazioni ho perlomeno avuto la certezza di portare a casa vinificazioni ottenute da uve maturate in zone di prestigio).

In sintesi, non posso che dirmi felice e stupito dell’esperienza: ad un prezzo per ciascuna bottiglia compreso tra i 23 e i 26 euro (iva esclusa, trasporto escluso: l’ideale è fare a mezzo con uno o due amici, in modo da diluire le spese che comunque non sono particolarmente onerose) è corrisposta una qualità media ben più che soddisfacente. Alcune bottiglie ottime, alcune buone e nessuna meno che discreta, e se certe volte i miei giudizi sono sembrati non entusiasti è solo perché la denominazione Champagne e la qualificazione Grand Cru (e i relativi comuni di provenienza) sono talmente mitizzati da costringere ad aspettative altissime.
La mia conclusione è che almeno i tre quarti di questi prodotti assaggiati sono stati nettamente superiori a tutti i metodo classico italiani appartenenti alla medesima fascia di prezzo da me conosciuti… Direi un bel risultato per una scelta sostanzialmente casuale!
Unici problemi, la scarsissima se non nulla reperibilità e (temo) una certa incostanza qualitativa: dopo ogni bevuta ho provato a spulciare internet per avere riscontri alle mie sensazioni e qualche volta ho registrato giudizi piuttosto differenti.

Le bottiglie precedenti:

Brut Grand Cru Cuvèe Prestige, Savès

Champagne 100% Pinot Noir Brut Grand Cru, Guy Thibaut

Champagne Grand Cru Cuvée Marie Catherine Extra Brut, Francois Billion

Champagne Grand Cru Carte d’Or, Camille Saves

Champagne Grand Cru Cuvée 555, Voirin-Jumel


 

L’azienda Jack Legras è situata in pena Cote de Blancs, possiede 2,4 ettari e produce appena 28000 bottiglie per anno.
La cuvée più importante è questo “Le Mont Aigu”, chardonnay al 100% da una unica parcella (per tre quarti vino dell’anno e il rimanente da riserva), fermentato e vinificato in acciaio, usando lieviti selezionati e svolgimento della malolattica. L’affinamento è di 24 mesi sui lieviti e il dosaggio è di 4 g/l

legrasDenominazione: Champagne
Vino: Le Mont Aigu Brut Grand Cru
Azienda: Jack Legras
Anno: –
Prezzo: 25 euro

Colore molto brillante e bolle tra le più sottili, continue e morbide mai viste e assaggiate; l’olfattivo è delicatissimo, di pasticceria, fiori bianchi e con ricordi di gesso. Elegante.

La bevuta mi regala uno champagne strano: rilevo una acidità decisa ma composta, forse più salino che acido, e una netta ambivalenza gustativa, quasi due facce, che vanno da un ingresso in bocca piuttosto timido, estremamente garbato e in punta di piedi, fino a poi prendere vita se si ha la pazienza di protrarre la permanenza nel cavo orale.
L’apertura è coerente con il naso ma dopo qualche istante in bocca ingrana la marcia della pienezza, aggiungendo agrume e zafferano e distanziandosi dai riconoscimenti olfattivi.

Certo, resta così delicato (e non particolarmente lungo) da essere raccomandato come aperitivo, coi cibi si perde un po’, ed è un peccato.

Il bello: finissimo, leggero, delicato, bevibile
Il meno bello: manca un po di carattere

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Brut Grand Cru Cuvèe Prestige, Savès

Penultima bottiglia della ormai famosa cassa ordinata da L’Etiquette, e seconda bottiglia (diversa) per il produttore Camille Saves: la volta precedente si trattava del Grand Cru Carte d’Or, stavolta del Brut Cuvèe Prestige (sempre Grand Cru); rimando al primo post per le note sul produttore.

camille-saves-prestige_1393700939Denominazione: Champagne
Vino: Brut Grand Cru Cuvèe Prestige
Azienda: Camille Saves
Anno: –
Prezzo: 25 euro

Si tratta di una cuvèe ottenuta al 65% da Chardonnay Bouzy e 35% Pinot Nero, tutti provenienti da Bouzy.
Il vino fermenta senza uso di lieviti selezionati, per fermentazione e affinamento (ben 57 mesi sui lieviti) vengono utilizzati contenitori in acciaio, la malolattica non viene svolta ed il dosaggio è di 9 gr/l.

La trasparenza è paglierina pallida, solcata da bolle sottili che poi in bocca si riveleranno un filo aggressive, mentre lo spettro olfattivo è piuttosto limitato: accenni di fieno, agrume e un lontano ricordo di noce.

L’assaggio regala grande acidità ma poca complessità e limitati sono anche calore, corpo e lunghezza.
Ne risulta un sorso gradevole ma nulla più, nel quale la grande verticalità non è sorretta da una adeguata spalla gustativa.

Forse è un vino non del tutto completo, ancora in divenire, per ora di certo gradevole come semplice aperitivo ma nulla più, quindi tutto sommato un po’ deludente; di sicuro è notevolmente inferiore al “fratello” Carte d’Or

Il bello: grande freschezza
Il meno bello: troppo semplice

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Champagne 100% Pinot Noir Brut Grand Cru, Guy Thibaut

Ennesimo Grand Gru dalla cassa di cui ho già parlato. Stavolta la bottiglia è di Guy Thibaut, un piccolo produttore (due soli ettari) di Verzenay, uno dei villaggi fondamentali della zona della Montagne de Reims, particolarmente vocata al pinot nero

Il sito è particolarmente parco di informazioni al riguardo di questa cuvée, se non che è stata elaborata con la migliore selezione aziendale di uve pinot nero, fermentate in acciaio grazie a lieviti selezionati e poi fatta affinare per 24 mesi in acciaio e legno.
La malolattica viene svolta e vengono aggiunti 6 grammi/litro di dosaggio; la produzione è irrisoria: appena 1000 bottiglie l’anno.

guyDenominazione: Champagne
Vino: Pinot Noir Brut Grand Cru
Azienda: Guy Thibaut
Anno: –
Prezzo: 21 euro

Nel bicchiere è di un bel paglierino carico, quasi dorato, e il primo impatto olfattivo è di burro e zucchero a velo, poi frutta di bosco ed erbaceo, nel complesso molto morbido, delicato e aggraziato.
Altrettanto “ruffiano” l’ingresso in bocca, che ruota attorno ad una carbonica gentile e a poco calore, per poi rivelare solo in seguito la freschezza necessaria, che resta sui lati della bocca senza aggredire.

Il corpo è pieno ma non robusto (non lo direi un pinot nero in purezza, non ne avverto la prepotenza espressiva), il vino ha buona lunghezza e l’assaggio è divertente grazie alle interessanti sfaccettature e profondità dei sapori, persino lievemente aromatici; certo, tra le maglie compare qualche morbidezza piaciona, ma in realtà il dosaggio non risulta mai invadente e soprattutto domina il grandissimo equilibrio; non avverto nessun finale ammandorlato, a differenza di quanto riscontrato da alcuni recensori su internet: la bevibilita è assassina.

Il bello: bevibilissimo, elegante, divertente
Il meno bello: forse manca appena un pizzico di acidità: reperibilità irrisoria

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